Il punto di equilibrio fra “noi” e “me”

  • di Christine Congdon, Donna Flynn e Melanie Redman


  • Risorse Umane e Organizzazione


 

 Quella dell’open office è la formula prevalente di progettazione degli spazi di lavoro per un buon motivo: incoraggia la collaborazione, promuove l’apprendimento e alimenta una forte cultura d’impresa. Ma ciò che molte aziende non vedono è che questa collaborazione ha dei ritmi naturali che richiedono sia l’interazione sia uno spazio per la privacy. Le aziende hanno provato per decenni a individuare l’equilibrio fra spazio di lavoro privato e pubblico più utile a stimolare la collaborazione. Nel 1980 il 52% delle aziende americane mancava di spazi dove i dipendenti potessero concentrarsi senza distrazioni. In risposta, sono sorti i cubicoli con alte pareti divisorie a marcare il nuovo panorama aziendale. Per la fine degli anni Novanta la marea cambiò e solo il 23% dei dipendenti richiedeva più privacy, mentre il 50% aspirava a una maggiore interazione con gli altri. Da allora, le aziende hanno pompato gli spazi che incoraggiano la collaborazione e ridotto le aree per il lavoro individuale. Ma il pendolo sembra essersi spostato un po’ troppo: una volta ancora le persone avvertono la pressante esigenza di spazi privati, non solo per fare il proprio lavoro ma per poter affrontare l’intensità del lavoro di oggi.

Per soddisfare queste esigenze, secondo gli autori, dobbiamo ripensare le nostre idee sulla privacy. Tradizionalmente definita in termini fisici, la privacy è oggi intesa come la capacità individuale di controllare l’informazione e gli stimoli. In quest’articolo gli autori esaminano la progettazione degli spazi di lavoro attraverso la nuova lente della privacy e offrono suggerimenti su come favorire il lavoro di gruppo e la solitudine.

 

 

 

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