Perché introdurre le quote capitarie

  • di Brent C. James e Gregory P. Poulsen


  • Governance


Studi recenti suggeriscono che almeno il 35%, ma forse oltre il 50%, della spesa sanitaria statunitense viene sprecata in trattamenti inadeguati, superflui e inefficienti nonché in processi di business non ottimali.

Tuttavia gli sforzi per eliminare questi sprechi si trovano davanti a un ostacolo enorme: con gli attuali modelli di pagamento i fornitori che sviluppano gli approcci più efficaci dal punto di vista dei costi non trattengono per sé nessuna parte del risparmio prodotto, che invece rimane principalmente nelle mani delle assicurazioni. I fornitori, che vengono pagati sulla base del volume di servizi forniti, finiscono di fatto per rimetterci e questo oltre a indebolirli finanziariamente ne mina la capacità di investire in ulteriori innovazioni in grado di ridurre i costi.

Per affrontare questo dilemma, secondo due dirigenti di vertice della non profit Intermountain Healthcare, è necessario introdurre un diverso sistema, quello del pagamento basato sulla popolazione, in cui tutti i servizi sanitari destinati a una persona in un anno vengono coperti da una quota pro capite fissa. In questo modo i risparmi generati dagli sforzi di riduzione degli sprechi vanno ai fornitori, incoraggiandoli a fare di più in tal senso. E, benché possa apparire simile al modello HMO degli anni ’90, le differenze sono invece significative: il pagamento va direttamente all’organizzazione che gestisce i servizi sanitari ed è il medico, non la compagnia di assicurazione, che ha la responsabilità della supervisione e della gestione del costo delle cure. I fornitori devono anche rispettare standard qualitativi ad ulteriore tutela dei pazienti. 

Applicando questo modello solo a una parte dei suoi due milioni di assistiti, Intermountain è riuscita a tagliare 688 milioni di dollari di sprechi in un anno, diminuendo i costi del 13 per cento. 

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