Il mondo a tassi negativi: quando il tempo non è più denaro

di Ivan Fogliata  |  Venerdì, 27 Maggio 2016

Ivan Fogliata, analista finanziario e CEO di inFinance, società di formazione e consulenza

I tassi negativi sono una realtà alla quale pian piano il sistema economico sta diventando avvezzo, così come alle dinamiche deflattive che si traducono in un calo generale dei prezzi. Ma i due fenomeni sono collegati? E se sì, qual è la causa e quale l’effetto? A mio avviso, il collegamento fra i due fenomeni è fortissimo, non a caso le teorie economiche ci insegnano che un tasso di rendimento deve remunerare il rischio ma anche il tempo ovvero la svalutazione della moneta. Gli insegnamenti dei nostri anziani muovevano dall’assunto che l’inflazione era una “tassa occulta” dalla quale occorreva difendersi investendo il proprio denaro per evitarne la svalutazione. Ancora oggi imprenditori decani di impresa rimpiangono i tempi in cui l’inflazione “pagava” loro i debiti in quanto, una volta ottenuto un finanziamento e fissata la rata, il continuo salire dei prezzi gonfiava nominalmente i ricavi rendendo le rate sempre più leggere. 

In un contesto a tassi negativi e caratterizzato da deflazione, la situazione risulta invece esattamente al contrario. Investire a tassi negativi diventa un comportamento irrazionale, tesaurizzare il denaro sotto la proverbiale mattonella lo pone al sicuro rispetto alla falcidia da rendimento sottozero. Viceversa, chi è indebitato vede, da un lato, il costo del denaro scendere, dall’altro calare parallelamente gli incassi depressi dalle dinamiche di calo dei prezzi. Se ne deduce che la deflazione appesantisce chi è indebitato.

La deflazione è un fenomeno bifronte. In prima battuta viene da chiedersi: cosa c’è di male se i prezzi cominciano a calare? Ben venga; così può finalmente tornare ad aumentare il potere di acquisto dei salari… Il problema che sta allarmando politici e banche centrali – sembra davvero assurdo – è invece proprio questo. Se proviamo ad andare oltre la mera apparenza, ove i prezzi continuassero a calare, la tentazione sarebbe quella di conservare il proprio reddito e attendere il successivo ulteriore calo dei prezzi. Ci abitueremmo a frasi del tipo: “L’anno prossimo le automobili costeranno meno di oggi, quindi aspetterò ad acquistare un veicolo”. La spirale diverrebbe un pericolosissimo circolo vizioso: anche le imprese attenderebbero ad avviare nuovi investimenti in attesa di prezzi più bassi. L’economia entrerebbe in una fase di torpore simile a una sorta di congelamento dalle caratteristiche depressive di nipponica memoria.

In tema di causa ed effetto, a mio avviso,  i due fenomeni, che si autoalimentano l’un l’altro, sono nati contemporaneamente anche se la deflazione è un fenomeno “naturale” venutosi a creare in un sistema economico fiaccato dalla crisi finanziaria, mentre i tassi negativi sono un fenomeno “sintetico” nato a seguito degli interventi delle banche centrali. Tali interventi “artificiali” stanno creando gravi distorsioni. In Danimarca i tassi oltremodo negativi (la banca centrale danese DNB è arrivata al - 0,75%) hanno consentito di contrarre mutui a tassi negativi ove i prenditori rimborsavano meno di quanto preso a prestito. Risultato: in tre anni dal 2012 i prezzi degli immobili a Copenaghen sono aumentati tra il 40% e il 60% poiché la politica ultra-espansiva della DNB ha generato inflazione finanziaria.

Ma i problemi non finiscono qui. I tassi negativi sono una vera piaga per il sistema finanziario. Si pensi alle assicurazioni e ai fondi pensione in generale. Le assicurazioni tedesche hanno “assicurato” ai loro investitori nel ramo vita rendimenti del 3% annuo. Tali contratti sono divenuti insostenibili e il rischio di pesanti crack nel mondo assicurativo è divenuto così attuale da attirare l’interesse del Fondo Monetario Internazionale che ha chiesto un’importante revisione dei modelli di business delle assicurazioni. Nemmeno i fondi pensione sono al sicuro da deterioramento del proprio patrimonio. Di recente Diageo, una grande multinazionale europea nel settore delle bevande alcoliche, per sostenere la patrimonializzazione del suo fondo pensione ha smesso di comprare bond sovrani dell’Eurozona sostituendoli con altri “investimenti alternativi”. Ha conferito al fondo pensioni oltre 500 milioni di sterline in botti di whisky scozzese invecchiato: il rendimento calcolato sarà di circa 25 milioni di sterline l’anno per i prossimi 15 anni, un rendimento inimmaginabile con i tradizionali titoli di Stato. La lista degli investimenti alternativi si sta allungando con: emmenthal (fondo pensione di Dairy) e cappotti di cashmere (Marks&Spencer). Nessuna sorpresa quindi quando sentiremo parlare di conferimenti di champagne e caviale nero. 

Il nuovo contesto richiede, quindi, un’indispensabile attività di approfondimento per comprendere il nuovo scenario e la sua possibile evoluzione, nonché per elaborare nuove soluzioni operative. 

Ulteriori approfondimenti sono disponibili sul sito di inFinance, www.infinance.it

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